Il 1° agosto l’AGCM ha inflitto una multa di 3,5 milioni di euro al gruppo Armani.
La sanzione riguarda una serie di claim ambientali e sociali ritenuti ingannevoli, diffusi dal 2022 al 2025 attraverso il sito ufficiale e varie campagne pubblicitarie.
Il gruppo aveva promosso la propria filiera come “trasparente”, “tracciabile” e fondata su un “codice etico rigoroso”, ma secondo l’Autorità queste affermazioni erano prive di prove documentali sufficienti.
In particolare, Armani non ha dimostrato che i fornitori aderissero effettivamente a criteri ESG, né che i prodotti pubblicizzati come “sostenibili” rispettassero standard ambientali certificati.
L’AGCM ha definito la condotta “scorretta”, perché strumentalizza la fiducia dei consumatori in valori etici senza riscontri oggettivi o verificabili.
Il gruppo ha annunciato l’intenzione di presentare ricorso al TAR, ma ha anche confermato l’avvio di una revisione interna della comunicazione ambientale.
La multa è una delle più alte comminate in Italia per casi di Greenwashing, e indica una soglia più severa per i brand del lusso, spesso autoreferenziali nelle narrazioni CSR.
Il messaggio è chiaro: anche il posizionamento “etico” deve essere dimostrato con fatti.