Il 29 agosto è tornata sotto i riflettori una verità scomoda: una parte consistente degli abiti che consegniamo ai cassonetti o ai punti di raccolta non resta nel mercato dell’usato locale, ma viene esportata fuori Europa, dove spesso mancano impianti per gestirne i volumi. L’Agenzia europea dell’ambiente ha documentato che le esportazioni di tessili usati dell’UE sono triplicate in vent’anni, passando da poco più di 550mila tonnellate nel 2000 a quasi 1,7 milioni nel 2019. Nei grandi hub dell’Africa occidentale, come il mercato di Kantamanto ad Accra, arrivano container ogni settimana e una quota rilevante dei capi, troppo usurati o di bassa qualità, diventa rifiuto a cielo aperto. La Commissione europea ha varato nel 2022 la Strategia per i tessili sostenibili e circolari, un piano che mira entro il 2030 a capi più durevoli, riparabili e riciclabili, e ha imposto agli Stati membri la raccolta differenziata dei tessili dal 1° gennaio 2025. In parallelo avanzano le regole di responsabilità estesa del produttore: i marchi dovranno contribuire ai costi di raccolta, selezione e riciclo, con tariffe modulabili in base alla riciclabilità dei capi. Intanto inchieste e reportage internazionali hanno mostrato gli effetti sul territorio: spiagge e discariche invase da indumenti invendibili, mentre artigiani locali tentano di recuperare ciò che possono. Il problema non è la donazione in sé, ma l’eccesso di produzione e la qualità scadente di molti capi, che rende la “seconda vita” più promessa che realtà.

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